gen 09 2009
Neve di Capodanno
Il giorno di Capodanno, in coerenza con la cornice invernale, ci ha accolto con la neve. Nonostante le ore piccole consumate per dire addio al vecchio anno e salutare degnamente l’arrivo di quello nuovo, quel mattino mi sono svegliato comunque di buonora. Un rumore strano e cadenzato mi ha dapprima richiamato dal sonno, mentre un insolito chiarore, filtrante dalle griglie socchiuse, mi ha infine convinto a levarmi dal letto.
Apro le ante e…ahhh, che spettacolo!… Nonostante l’età ormai più che matura, la vista della neve riesce ancora a darmi emozioni. Me ne sto qualche minuto in contemplazione, osservando mio zio che sgombra la neve dal vialetto raspando con un badile (ecco cos’era il rumore…) e alcuni passerotti che si azzuffano sul tetto del garage, spruzzando intorno la neve fresca col frullio delle loro alucce. Mi viene l’irresistibile impulso di aprire i vetri , respirare forte e farmi investire in pieno da sensazioni che di rado si presentano insieme: un mattino innevato con un cielo terso, un’aria frizzante e profumata di pulito, traffico inesistente proprio perché è Capodanno e tutti se ne stanno rintanati a smaltire lo stordimento da bagordi. E perciò silenzio, solo pochi rumori, attutiti dalla neve: rintocchi di sperdute campane e l’abbaiar di un cane che sembrano filtrare da un tempo lontano; e poi quest’aria pungente che ti allarga i polmoni e… - “Ma insomma, sei proprio matto? La vuoi chiudere ‘sta finestra o hai proprio deciso di farmi morire?” - Ooops…La mia metà…Trasportato dall’onda delle sensazioni me ne ero scordato. Richiudo rapidamente e cerco di buttarla sullo scherzo - “presto, in piedi mezze calzette, fra cinque minuti tutti i adunata” - e me ne vado a preparare la colazione mentre da sotto le coperte mi arriva un benaugurate “s.ciòpa!!”
Poco dopo vengo raggiunto al resto della tribù, e insieme mettiamo giù i piani di una mattinata dedicata alla neve, e cioè: pulire lo scivolo, pulire la stradina, scrollare la neve dal rosmarino sennò si spezzano i rami.
Da noi si dice che “fa vià la néf e cupà la zent, je töte robe fade per al nient“, ma a me non ha mai dato fastidio il far via la neve, così comincio a lavorare, coinvolgendo anche i bambini. Loro sono ovviamente entusiasti, tanto più quando finito il lavoro esaudisco il loro desiderio di aiutarli a formare un pupazzo di neve. Finito il pupazzo, c’è appena il tempo di immortalare l’opera con un paio di foto, che il capo tribù ci chiama a raccolta: è già ora di mangiare, e fra lavoro e buonumore l’appetito non manca!
Dopo pranzo approfitto del bel tempo per fare un giretto a piedi in un paese ancora pressoché deserto, intorpidito da festeggiamenti protrattisi fino all’alba. Le strade sono state sgombrate dagli spazzaneve, ma molti marciapiedi sono ancora immacolati e io ci cammino sopra coi mie robusti stivali da moto, ascoltando scrocchiare ad ogni passo la soffice coltre gelata.
- La scuola elementare
- La scuola materna
- Il viale del cimitero
- Il cimitero
- San Marino
- löc dei "Barbète"
- il mulino
- Casa Cadei
- il parco di Casa Cadei
Poche auto, pochissime persone in giro. Sì, è proprio un giorno speciale il primo dell’anno, la gente se ne sta ancora a riposare, e così sembra voglia fare anche il paese: case, strade, giardini, alberi, campi, auto in sosta; tutto quanto sembra assopito, sospeso, avvolto in un candido torpore, tanto soffice quanto gelato. Solo il semaforo è sempre vigile, e continua imperterrito a regolare l’incrocio spandendo la luce liquida dei suoi colori sul bianco circostante. Attraverso e proseguo sull’altro marciapiede; crooc, crooc, crooc: continuo a stampare le mie orme sulla neve soffice, passo davanti a una scuola che pare imbronciata, forse si sente sola…La vicina materna sembra invece più arzilla, i colori dei giochi in cortile le danno un’aria spensierata ed accogliente. Aria che diventa di desolazione appena più avanti, dove la neve a fatica copre, come un manto pietoso, lo scempio di un parchetto divelto e in stato di abbandono; sfregiato, per soprapprezzo, anche da uno sciagurato guidatore della domenica. La sua folle smania di velocità è andata a sbattere contro il muretto di recinzione sfondandolo, portando così una ulteriore oltraggio; una sorta di frattura scomposta che da mesi, chissà perché, nessuno si preoccupa di ricomporre.
Un soffio d’aria mi riscuote, riprendo il cammino seguendo l’odore del vento, che mi conduce fino al viale del Campo Santo. Qualcosa mi spinge a varcarne il cancello, e non certo il vento, ma la ricerca di qualcosa di indefinito, sensazioni sconosciute a chi, come me, frequenta poco questo posto. È difficile spiegare …ma lì fra le tombe il silenzio è ancora più avvolgente, la neve posata sulle statue di angeli, gesù cristi e madonne addolorate accentua le suggestioni; soffermandosi meditabondi davanti alla tomba di un conoscente o di un proprio caro si può avere la sensazione di un legame più intimo con la memoria del loro vissuto. Basta chiudere gli occhi per trovarsi immersi in un mare di ricordi, memorie, suggestioni che il candore del paesaggio concorre ad amplificare. Memorie, memorie, memorie…d’istinto cerco di seguirne il filo. Esco dal cimitero e torno sui miei passi, non prima di aver acceso un cero alla Madonna di S. Marino (c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno…). Il filo mi porta a calpestare la neve di via S. Marino, che ora coi suoi alberi e i marciapiedi selciati ha l’aspetto di un viale; sulla curva, prima di passare oltre, sbircio nel portone del löc dei “Pideschì”, teatro di memorabili scorribande giovanili.
C’è ancora poca gente in giro, nessuno che conosca con cui fermarmi a scambiare quattro chiacchiere, ma un qualche augurio di buon anno ce lo si fa comunque anche fra sconosciuti.
Mi porto verso le vie della Sgrafignana, anche qui regna il silenzio felpato indotto dalla bianca coperta: nessuno attorno, unica presenza costante quella dei babbi natale rampicanti. Giunto al löc dei “Barbète” mi fermo un poco a guardare la sagoma in degrado - ma ancora densa di fascino - del vecchio mulino, che con la sua grande ruota ancora intatta evoca tempi lontani, pieni di stenti e fatiche.
Comincia a venire freddo, è meglio tornare; proseguo di buon passo verso “l’Isola” per guadagnare via S. Antonio tramite il nuovo passaggio aperto in fianco al löc del Pio. Il vecchio edificio giace da tempo in abbandono, la neve d’intorno - posata su scheletrici cespugli e sfasciumi d’alberi -conferisce al tutto un aspetto vagamente inquietante, ma se mi soffermo un attimo a scrutare sotto il portico mi sembra ancora di vedere ‘l zio Pio mentre con le sue manone arrossate spreme l’impasto per gli stracchini - appena preparato - dentro le forme allineate sopra il tavolo, e la sua voce squillante che mi chiama “ve che, s.ciupeta!“. Memorie…Che non mi bastano per ricordare come era Casa Cadei prima della trasformazione, anche perché celata alla vista da un’alta muraglia.
Ma posso però vedere cosa è adesso: è stupenda, ne è sortito davvero un bel risultato, di grande valore, sia concreto che simbolico. Manca ancora il parco a completamento, ma il manto di neve che tutto copre e livella nasconde alla vista il terreno smosso e disordinato, donando un colpo d’occhio tale da far sembrare il posto ancora più ampio.
Sta ora scendendo, col freddo, una leggera foschia che sembra mettere questo scorcio d’immagine come in uno stato di sospensione, come fosse posata sulla prima, tremula pagina di un libro ancora da scrivere. Una pagina dallo sfondo liscio e candido aperta sul primo giorno dell’anno, che presto cambierà di colore con lo scorrer del tempo e delle stagioni, ma che oggi, con la complicità di una data e di un fenomeno che ancora mi sorprende, mi ha regalato momenti e scorci suggestivi che credevo estranei al mio paese.
Roberto










9 gennaio 2009, ore 20:18
Dopo aver letto il racconto di queste impressioni di un capodanno sotto la neve, la prima cosa che ti salta in mente è che queste sensazioni in fondo potremmo provarle tutti, ma la seconda ti riporta alla realtà che il saperle provare ed il saperle raccontare in maniera tale che chi le legge possa immedesimarsi fino al punto di camminare a fianco del narratore non sono la stessa cosa. Complimenti Roberto