apr 20 2009
Il terremoto attraverso gli occhi di Marco e Matteo
Settimana di Passione in Abruzzo.
Prendo una telefonata sabato dopo pranzo: “Passa a fare un giro a casa mia dopo; vengono a trovarmi due ragazzi della Protezione Civile, due dei nostri eroi appena tornati dall’Abruzzo dopo quattro giorni di intervento” “ok, volentieri, dopo sono lì anch’io”. Portano qualche immagine scattata sui luoghi del disastro, ci sarà occasione per scambiare quattro chiacchiere, qualche impressione; sono curioso anch’io di conoscerli e arrivo a casa dell’amico in leggero anticipo, qualche minuto prima del loro arrivo. Gli “eroi” hanno una faccia che non ti aspetti, lontana anni luce dai modelli proposti da cinema e televisione, niente a che fare con Bruce Willis o John Rambo. Gli eroi hanno la faccia gentile di Marco e Matteo.
Marco, carpentiere edile, un viso pulito e solare che mostra ancora meno dei suoi 27 anni e uno scorpione tatuato sul collo; rappresenta il suo segno dello zodiaco, ma forse anche il bisogno di proiettare verso gli altri una immagine un po’ più … pungente. Marco è alla sua seconda missione, la sua prima esperienza è stata a Salò, novembre 2004.
Matteo, 20 anni, magazziniere, è invece alla sua prima uscita sul campo. Alto ed esile come un giunco, un viso da ragazzino e un tatuaggio sull’interno dell’avambraccio sinistro che - come una sorta di codice di identificazione tribale - riproduce il suo nome in elaborati caratteri gotici. Ma, tatuaggio o no, non mostra certo difficoltà a farsi intendere, mette in mostra una certa disinvoltura a relazionarsi con gli altri e questa attitudine gli è già valsa la fiducia del gruppo, che gli ha affidato l’incarico di segretario; è sicuramente fra i più giovani in questa mansione, alla quale assolve col massimo impegno e serietà. E i mammoni? “Sì, però la valigia per la partenza me l’ha preparata mamma…”
Già, la partenza… come è avvenuta? È Matteo che parla: “La mattina del 6 si era appresa la notizia e ci ritenevamo già allertati, anche se in un primo momento nessuno immaginava le dimensioni del disastro…Poi verso le 13,30 dalla centrale operativa di Brescia arriva la telefonata che annuncia la mobilitazione al nostro presidente Roberto Savoldi, il quale, impegnato sul lavoro, mi chiama perché mi occupi di contattare tutti i 37 membri del gruppo per individuare chi è disponibile per la missione. Anch’io però sono al lavoro, così a mia volta giro l’incarico e il telefono dell’associazione ai “pensionati” del gruppo. Non inganni il termine, i nostri “pensionati” sono un concentrato di competenza, impegno ed efficienza. Nella loro condizione dispongono di tempo che mettono a disposizione del gruppo senza risparmiarsi, sono una risorsa preziosa, una riserva di energia. Oltre a rastrellare una squadra di nove elementi (numero minimo per costituire un nucleo autosufficiente), ci fanno trovare i mezzi carichi di tutto quanto serve all’intervento, coi serbatoi belli pieni e tutti i documenti di viaggio necessari, di modo che a noi non spetta altro che presentarci in sede pronti per partire.” Concitazione. Sono ore movimentate quelle che precedono la partenza, perché in un primo momento si riteneva che la stessa fosse stata fissata per le cinque del mattino del giorno dopo, mentre invece a sorpresa si è anticipato per le 20,30 della sera stessa del sisma, quindi c’era poco da incantarsi. Sono tre quindi i mezzi che si sono messi in marcia quella sera; a bordo c’erano:
Roberto Savoldi,Matteo Sarabelli, Vittorio Ghidetti, Edio Paruta, Giovanni Parma, Fiorenzo Olivini, Lorenzo Bertocchi, Francesco Goffi e Marco Guerrini. Salutati parenti e amici si sono mossi in direzione di Brescia, dove avevano appuntamento all’ortomercato per congiungersi al resto della colonna mobile bresciana. “All’ortomercato era presente il presidente della provincia Cavalli per portare i suoi saluti e quelli delle istituzioni, c’era anche un prete che ci ha dato la sua benedizione (che non fa mai male…), poi, finalmente, ci si è potuti muovere alla volta dell’Abruzzo”.
Il viaggio. Alla partenza la colonna bresciana si compone di 13 mezzi con cinquanta uomini, poi lungo il percorso, nei presi di un autogrill, si unisce alla colonna della Lombardia; a quel punto il convoglio si compone di una cinquantina e più di mezzi tutti collegati via radio; un lungo serpentone che squarcia la notte col bagliore giallo dei suoi lampeggianti. Ovviamente un convoglio di queste dimensioni non può correre più di tanto e ogni operazione svolta lungo la strada richiede tempo; si pensi solo a quanto tempo serve per fare, durante il tragitto, il necessario rifornimento di carburante a una tale colonna; perciò il viaggio è stato particolarmente lungo. “Ci sono volute 13 ore per coprire i 670 chilometri che separano il nostro paese dalla zona delle operazioni.”
L’arrivo. Durante il viaggio, per ingannare l’attesa, si parla un po’ di tutto, si cerca di creare un clima rilassato, ma nello stesso tempo ognuno cerca di immaginarsi cosa lo attende all’arrivo. E più ci si approssima ad esso , più sale dentro la tensione; cresce il livello di attenzione che spinge lo sguardo a cercare le avvisaglie del disastro. Le voci di Marco e Matteo si alternano nel racconto: “I primi segni compaiono quasi di colpo appena sbucati dal traforo del Gran Sasso, che pare faccia da spartiacque fra la zona “intatta” e quella terremotata; da una parte c’è l’ordine, dall’altra il caos.” Quando si esce da quel tunnel è come se si alzasse il sipario su di un altro paese, nel giro di pochi istanti ci si rende conto di quale immane tragedia sia teatro quel pezzo di Italia. “I danni si manifestano sempre maggiori man mano che si procede verso Monticchio, il nostro luogo di destinazione. Attraversavamo questi posti e la gente era tutta per strada, molti coi bambini in braccio, oppure seduta nelle macchine; tutti in attesa di soccorso ed organizzazione. Gente straordinariamente composta, che cerca di attraversare la tragedia con orgoglio e dignità in un clima in cui si poteva chiaramente percepire la disperazione, il dolore, la paura.” Gente scossa e disorientata, che di colpo ha perso tutti punti di riferimento e in molti casi le persone più care. “La nostra tensione sale a mille, c’è l’istinto per lo slancio all’aiuto, ma anche il timore per una situazione per i più sconosciuta e molto più grave di quanto ci si potesse aspettare, con crolli dovunque e notizie di vittime in continuo aumento.” Alcuni hanno esperienza per gli aiuti dopo il terremoto di Salò, ma qui la dimensione non è paragonabile, né in danni, né in numero di sfollati, vittime e feriti. Quindi tensione, e paura anche; elementi che in certi frangenti non mancano mai, nonostante le varie esertcitazioni cerchino di insegnare ad affrontare al meglio queste situazioni. Ma un conto è l’addestramento, altro conto la realtà. “La paura ci ha dato il benvenuto già prima di arrivare a destinazione a Monticchio, paese che fortunatamente ha subito danni tutto sommato contenuti e soprattutto nessuna vittima, a differenza di Onna che si trova a un solo chilometro in linea d’aria ma che è stata devastata, rasa al suolo, e conta quaranta vittime. Momenti di paura, si diceva, perché mentre si attraversava un paesino la terra ha pensato bene di avvisarci del tipo di umore che aveva mollando una scossettina. Proprio in quel momento si era vicini a una chiesa lesionata, hanno cominciato a cadere calcinacci e la gente a gridare “via, via!”. Nel momento di panico generale si è innestata la marcia per schizzare via da lì, nella concitazione c’è stato chi invece di innestare la prima ha innestato la retro, muovendo così un balzo in senso opposto a quello desiderato. C’è mancato un pelo che si provocasse un incidente fra di noi; che da soccorritori ci si trasformasse in bisognosi di soccorso! A pensarci ora viene da ridere.”
Il campo. Appena insediati cominciano i lavori per allestire il campo della Protezione Civile lombarda, che nel caso è ubicato nel parcheggio di un grande cinema multisala, presenza abbastanza singolare in un paesino piccolo come Monticchio. Il campo è organizzato da diversi gruppi, ognuno con la sua particolare mansione. “Il nostro gruppo è aggregato con quelli di Roncadelle, Concesio e Val Carobbio; insieme ci si cura di tutto ciò che riguarda l’allestimento e la gestione della cucina da campo e della mensa del campo. Ognuno fa la sua parte, così ci sono gruppi incaricati della esecuzione di impianti idraulici ed elettrici, altri si occupano del montaggio e dell’organizzazione della cucina, altri ancora curano l’organizzazione logistica e il vettovagliamento, ecc…Noi ci occupiamo del montaggio delle tende per la mensa e per la cucina. In teoria il nostro lavoro finirebbe lì, ma in realtà una volta sistemate le nostre cose nessuno se ne sta con le mani in mano, c’è un continuo darsi da fare per aiutare gli altri gruppi. Così si da una mano a montare le tende per ospitare gli sfollati, l’infermeria, la zona dei bagni, le tende ministeriali; insomma tutto quanto serve al funzionamento di una tendopoli. Una volta conclusa la fase di allestimento si rimane a disposizione per tutto quanto può servire al momento, dalla distribuzione dei pasti al servizio di sorveglianza.”
Macerie. A volte si è indotti a pensare che i nostri ragazzi si occupino anche del soccorso tra le macerie, della ricerca e del salvataggio, ma non è proprio così, anzi… “Assolutamente no, le operazioni di salvataggio e di recupero fra le macerie sono affidate ai vigili del fuoco e ad altri reparti specializzati, ad esempio gruppi con unità cinofile. Noi non possiamo partecipare a queste operazioni, non abbiamo un addestramento specifico, per cui, al di là della buona volontà di ognuno , potremmo addirittura essere causa di pericolo per gli altri e per noi stessi. Il nostro compito è quello di fornire assistenza e sostegno agli sfollati, di occuparci dei loro bisogni e della loro sicurezza nei campi, della sorveglianza, la nostra presenza da anche una sorta di sostegno morale alla gente.”
La gente. Notoriamente, la gente d’Abruzzo ha un carattere chiuso, orgoglioso, è gente concreta, tosta, gelosa e orgogliosa della propria identità. “È vero, e in principio sembravano piuttosto fredde le persone nei nostri confronti, sospettose, quasi distaccate. E taciturne. Ma poi ci si rende conto che tutto ciò è dovuto al terrore vissuto e quotidianamente risvegliato dalle scosse di assestamento, dallo shock subito da chi ha perso tutto, anche i punti di riferimento; da chi è rimasto padrone soltanto della propria dignità.” Gente da secoli abituata a rapporti prevalentemente incentrati sulla cerchia familiare e che ora si trova in difficoltà a dipendere esclusivamente da estranei. Ma, come al solito, basta cominciare a conoscersi, e dopo qualche giorno la gente comincia ad aprirsi, a parlare, a considerare la natura disinteressata e sincera del lavoro dei nostri ragazzi, e a ringraziarli per questo. “È stato davvero motivo di grande soddisfazione per noi questo graduale mutare di atteggiamento, parlare con persone in principio chiuse, ma che poi, nel nostro ultimo giorno in Abruzzo, esprimevano la loro sincera gratitudine per quanto stavamo facendo per loro e il rammarico per la nostra partenza.”
Scosse. Ecco, parlavate di scosse quotidiane. Come vivevate voi questi momenti, c’era paura? “Certo che sì, è abbastanza terrorizzante sentire la terra balzare sotto i piedi, specie le prime volte; poi piano piano si impara a conviverci. Per dire: le scosse di solito arrivavano di notte, appena si avvertiva qualcosa d’istinto si saltava fuori dalla tenda. Ma già dal secondo giorno, all’arrivo della scossa non si usciva più dal sacco a pelo, ci si girava dall’altra parte.” La gente aveva reazioni simili? “No, anche perché loro vivono la situazione in modo più coinvolto, hanno vissuto sulla loro pelle il terrore delle scosse. Quando arrivavano scosse di notte uscivano dalle tende, si fumavano nervosamente una sigaretta aggirandosi per il campo, alcuni andavano alla tenda del 118 per farsi dare qualcosa perché si sentivano girare la testa, altri si riunivano in piccoli gruppi per scaricare la tensione parlando fra di loro; si percepiva chiaramente lo stato di angoscia.”
Priorità. La fase dei soccorsi è in pieno svolgimento, ma già da subito bisogna guardare oltre. Cosa serve ora? “In situazioni come questa c’è bisogno di tutto, molta gente esprime la sua generosità donando cibo , coperte , vestiario, cercando spesso la via per consegnare personalmente il bene donato. Questa corsa alla solidarietà è ammirevole, abbiamo visto episodi commoventi, ma ingenera spesso confusione e spiacevoli equivoci. La cosa più utile ora è , banalmente, quella di mandare soldi; con quelli si può fare tutto.” Fondi. A proposito di soldi, noi siamo fautori di una proposta che potrebbe avere una sua efficacia e un a sua logica: il nostro comune sta facendo una raccolta di fondi, e fin qui tutto bene. Però lo sta facendo in solitudine, quanto raccolto sarà sempre limitato, indipendentemente dalla nostra generosità. Più efficace sarebbe invece se ogni comune si incaricasse della raccolta facendo capo a un conto gestito a livello provinciale dall’Associazione Comuni Bresciani. In questo modo le cifre raccolte darebbero un insieme di tutto rispetto, che in vista della ricostruzione potrebbero essere destinate a un progetto specifico, certo deciso dalle autorità del posto, ma seguito o gestito da responsabili bresciani. Si potrebbe adottare , ad esempio, la ricostruzione di una scuola piuttosto che di una chiesa o altro di importante, e su questo mettere il sigillo della nostra provincia. Son circa cento le province italiane, se tutte adottassero questa procedura si potrebbero adottare altrettanti cantieri; sarebbe un formidabile impulso alla ricostruzione, che ve ne pare? “Siamo assolutamente d’accordo, passata l’emergenza soccorsi ci sarà bisogno di un bel colpo di mano per avviare la ricostruzione e questo sarebbe proprio un modo efficace di procedere, con in più la soddisfazione di vedere la firma della propria provincia sulle diverse opere adottate.”
Cambio. Dei nove volontari partiti, cinque sono tornati, gli altri quattro rimangono ancora per una settimana (Savoldi, Goffi, Ghidetti, Bertocchi) in attesa di ricevere il cambio da altri componenti del gruppo che già si sono resi disponibili (Felice Fusari, Loris Busi. Giovanni Toti); la successione dei cambi finora previsti consente una presenza del gruppo fino metà Maggio. Dopo questa esperienza, tornereste ancora in Abruzzo? “Sì, tenendo conto però con degli impegni di lavoro. Quasi tutti, infatti, abbiamo avuto qualche resistenza ad ottenere il permesso dai nostri datori, anche se poi questi ultimi vanno raccontando che sono stati loro a insistere perché si partisse.”Sigarette. Di solito quando si parte per una operazione come questa si porta lo stretto necessario, niente di superfluo nello zaino. Ma oltre gli effetti personali, quali sono le cose di cui non potreste fare a meno? “Telefonino e computer portatile. Soprattutto quest’ultimo, tutte le sere ci si infilava la “chiavetta” e per un po’ di tempo diventava il cordone ombelicale che ci legava al nostro mondo. Con quello si apprendevano notizie dagli amici via mail e facebook, si spedivano messaggi e fotografie come quelle arrivate a voi; un bello strumento, funziona anche come rimedio per la nostalgia che puntualmente arriva col buio della sera.” A proposito di nostalgia, cosa vi è mancato di più? Matteo e Marco all’unisono: “Le sigarette! Nessuno aveva pensato di farne scorta, e là in zona erano introvabili!” Film. Qual è l’immagine di questa esperienza che vi portate dentro? “Sono molte, come in un film, magari un po’ scontate…c’è la distruzione, il dolore e la disperazione della gente, il pianto dei bambini, ma anche la felicità che li prendeva quando si mettevano a giocare e per un po’ uscivano da quel mondo di desolazione per entrare in quello della fantasia. E la gente, sì certo, la gente. Inizialmente cauta, poco confidenziale, ma via via sempre più fiduciosa nei nostri confronti; gente che alla fine ha saputo trasmetterci la sua gratitudine riempiendoci il cuore di gioia, sensazione che da sola appaga di tutti i disagi e delle fatiche, una riconoscenza che è più grande di quanto si possa ricavare organizzando qualsiasi manifestazione in paese. È lì che capisci concretamente cosa vuol dire aiutare il prossimo, altro che spostar sedie alle sagre paesane. Un’altra immagine è quella di noi tutti, dove abbiamo visto la forza e la generosità di un gruppo di cui siamo orgogliosi di far parte.”
Eroi. Ecco, ricorre spesso il termine “eroi”, vi sentite anche voi calati in questa dimensione “eroica”? “Direi di no. Molti ci chiamano eroi, e certo tanti operatori che sono laggiù hanno volontà e slancio da vendere…ma laggiù ci vanno per scelta, e la maggior parte, come noi, per pochi giorni. La gente di là invece - uomini e donne, vecchi e bambini - da questi posti non si sposterà mai. Lì si sono infrante le “certezze” faticosamente costruite in una vita, e da lì dovranno ricominciare, giorno dopo giorno, per rimetterne insieme i frammenti dispersi dalla furia del terremoto. Ognuno di noi ha fatto il possibile per aiutarli, anche l’impossibile a volte, ma non chiamateci eroi. I veri eroi sono loro.” Eroi sono quelli che ora sanno che dovranno lottare anni e anni per risollevare una vita franata giù in pochi attimi.



