giu 12 2010
Domenica in piazza per la piazza
L’appuntamento è per le sette, c’è da scaricare il materiale, montare i gazebo e allestire la mostra in tempo per l’uscita di messa delle otto. In principio c’è un po’ di circospezione, del resto è normale, anche se ci si conosce tutti è la prima volta che si tiene una iniziativa comune in piazza. E allora si sprecano i convenevoli, gli “scusa”, i “prego”, i “senti, cosa dici se…”, e “permesso, permesso…” Poi, quando tutto è finalmente in ordine, si danno gli ultimi tocchi, si guarda l’effetto che fa e finalmente ci si rilassa un po’; lo spazio è allestito, la prima fase è andata, ora è il momento di cominciare a rodare gli ingranaggi della nostra tecnica comunicativa, o per farla più semplice, mettere alla prova la capacità degli esponenti di tre gruppi politici diversi a comunicare con efficacia e voce univoca le problematiche che congiuntamente hanno riscontrato sul progetto “Löc del Sul”.
E c’è da dire che in questa prima uscita collettiva (altre forse ne seguiranno) la macchina ha funzionato bene; grazie al materiale prodotto, che descriveva gli argomenti in modo preciso e circostanziato, con documenti, mappe catastali, elaborati di piante della zona di intervento molto esplicative e spettacolari immagini aeree.
Ma la sola esposizione di documenti, per quanto ben fatti, non sarebbe bastata a sollecitare riflessioni senza un adeguato supporto ad personam, senza un Cicerone a guidare il percorso. E qui abbiamo potuto contare su tre elementi di punta della imprevedibile coalizione; con Marco Bertoldi, padrone di una efficace dialettica, particolarmente attento ai risvolti politici della vicenda; Marco Delpanno più addentro agli aspetti tecnici, stante la sua professione di ingegnere; Oliviero Busetti, pragmatico uomo di impresa, più orientato a confrontarsi su ragionamenti pratici ma con un occhio di riguardo alle problematiche sociali innescate da una operazione urbanistica poco accorta. Accanto ad essi i militanti più assidui delle liste, come i nostri Giancarlo, Paolo, Alessia, Roberto e poi Giovanni, Mario, Sonia, Mara, Angiolino, e altri ancora sempre pronti ad interloquire attivamente coi visitatori della mostra.
Come sempre i flussi di persone interessate sono stati altalenanti e scanditi dai movimenti delle messe.
Nel complesso è stata una manifestazione positiva e ben riuscita, la gente ha mostrato interesse per l’argomento, ma soprattutto c’è il valore aggiunto di un dato politico molto importante, dove si registra la convergenza su un fronte comune di forze politiche diverse; non è la prima volta che accade, ma è la prima volta che lo si fa in modo fisicamente visibile, mostrando a tutti e a noi stessi che si può, che conviene a tutti, comunità in testa, uscire dalla logica dei polli di Renzo.
C’era un clima abbastanza caldo ma ancora gradevole, fra una discussione e l’altra il tempo è volato via; le campane del mezzogiorno, segnale convenuto per dare inizio alle operazioni di smontaggio, ci hanno colto stanchi ma soddisfatti, pronti a riproporci il prima possibile per un’altra tappa di questo nuovo percorso, votato all’informazione e al confronto con quella parte di comunità che non ci sta a farsi relegare al ruolo di muta spettatrice, che intende il voto come atto di fiducia anche revocabile, non come un atto di fede.




21 giugno 2010, ore 22:24
In difesa dell’ “acquedotto”.
Questo più che un commento è una riflessione su una cosa che secondo me c’entra con la piazza. È una riflessione un po’…lunga, perciò scusatemi e armatevi di pazienza…
Assistendo al consiglio comunale del 18/06/2010 ho appreso dalle parole del sindaco che, dopo apposita richiesta, il comune ha ottenuto parere favorevole a una eventuale operazione di demolizione della vecchia torre- serbatoio dell’acquedotto comunale, del resto in disuso da omai molti anni.
L’ente preposto a questa perizia (soprintendenza alle belle arti, credo) concede libertà di azione in forza del fatto che alla data di presentazione di tale richiesta il fabbricato non risulta legato da vincoli di “anzianità” ( il fabbricato è stato collaudato nell’agosto del ’60, quindi non ha superato i 50 anni , requisito minimo), ma soprattutto, lo stesso ente non riconosce al vecchio edificio la dignità di particolare valore architettonico e storico.
Da mesi si sapeva della richiesta inoltrata dal comune e sinceramente non mi facevo illusioni sull’esito della risposta, già immaginavo che difficilmente la soprintendenza potesse ravvisare elementi di pregio in questa vecchia torre.
Parere che probabilmente trova concorde anche parte della popolazione. Ho parlato con diverse persone di questa cosa, devo dire che ho trovato una buona parte favorevole alla demolizione perché trova la torre francamente brutta; altri contrari perché la trovano bella o quantomeno ritengono che la sua sagoma sia una presenza familiare nel panorama urbano e caratteristica della “skyline” del paese; molti infine si dichiarano indifferenti alla questione, e comunque, trattandosi di una cosa ritenuta ormai inutile, propendono per una sua eliminazione, sull’onda del consenso riscosso dalla demolizione dell’ormai pericolante ex-edificio comunale. Ma qui, finora, non si parla di demolizione dovuta a rischi di stabilità, (che se così fosse sarebbe anche opzione condivisibile), l’ipotesi è invece conseguente alla possibilità di recupero di volumi da portare in dote alla edificazione del nuovo complesso del “Löc del Sul”.
A me personalmente, la ventilata scomparsa del vecchio serbatoio rattrista molto, soprattutto se se ne decreta la fine per supposta inutilità, trovando convenienza a utilizzarlo molto più prosaicamente come mera merce di scambio.
Ma chi lo dice poi che è davvero una zavorra inutile? Siamo tutti quotidianamente circondati da cose ritenute inutili ma delle quali nessuno si sognerebbe di disfarsene, per i motivi più diversi. Primo fra tutti il valore affettivo di alcuni oggetti personali o appartenuti a persone care, che sono parte della nostra storia , della nostra identità; oppure il valore storico o simbolico per quel che riguarda luoghi o strutture a uso della comunità. Faccio parte di una generazione che da sempre ha in mente questo edificio come elemento caratteristico nella “morfologia” urbana di Castelcovati. Non sono esperto di architettura e non posso esprimere giudizi in merito alla sua estetica. Ma certo è che le sue forme non passano inosservate nel panorama urbano e per quel che mi risulta nulla di simile si vede nei dintorni; l’aspetto è piuttosto slanciato ma nello stesso tempo solido, l’alternarsi di fasce orizzontali in calcestruzzo nei perimetrali in caldo, rassicurante mattone, danno movimento e una certa eleganza alla struttura, che per contrasto si termina poi in modo perentorio col sovrastante, grigio, possente volume che contiene il serbatoio, cercando di trovare una sintesi fra un tocco di stile e il pragmatismo dettato dai tempi, che concedeva nulla alla leziosità badando più al sodo, all’utilità, alla funzione.
Ecco, è innegabile che la sua utilità è conclusa, ma delle funzioni continua ad averne, seppur non evidentemente palesi, e non è certo quella di porta antenne. Io ci vedo invece una funzione simbolica, storica, identitaria; e anche aggregativa, perché no?
La soprintendenza ha fatto le sue considerazioni, sicuramente avrà dei parametri per formularle, ma credo si tratti di valutazioni abbastanza fredde, distaccate, che non tengono conto anche della cornice simbolica in cui si inquadrano certe opere, socialmente rilevanti nel contesto storico di una certa comunità, forse perché non ne ha titolo su questo versante.
Di questo aspetto dovrebbe invece tener conto con tutta evidenza un’amministrazione accorta, soprattutto se retta da chi si dichiara attento a valorizzare radici, luoghi ed elementi identitari di una comunità, i simboli che ne rappresentano la storia e i percorsi di una crescita condivisa, di chi si dichiara attento al rispetto di quanto di buono è stato fatto dai nostri padri.
E allora, prima di decidere di disfarsi frettolosamente del nostro “acquedotto” (l’abbiamo sempre chiamato così), si dovrebbe fare un ragionamento approfondito, anche sulla base di ciò che rappresenta per la nostra comunità. Certo, se ci si ostina solo a cercare radici celtiche allora si va da nessuna parte, ma se si inquadra l’opera nel suo tempo allora si scoprirebbe che rappresenta il punto di partenza di un momento storico nella vita del nostro paese, il passaggio progressivo e ineluttabile – con tutti i suoi pro e contro - dalla civiltà contadina (e lì c’è il Löc del Sul) a quella industriale; certifica in modo fisicamente visibile l’avvio del più importante servizio pubblico a una comunità: la fornitura di acqua potabile, bene comune di primaria importanza; argomento sentito tanto allora quanto adesso .
Da quel momento la gente ha cominciato ad essere affrancata dall’esigenza di reperire con fatica l’acqua recandosi ogni giorno ai pozzi o alle fontanelle pubbliche; i secchi appesi vicino agli usci, colmi di acqua da bere col ramaiolo (la “cahô”), hanno cominciato a sparire, sostituiti dai rubinetti montati sopra l’acquaio (al “sicér”) da dove spillava - ora più sicuro e igienicamente controllato - il prezioso elemento, spinto dalla pressione del serbatoio attraverso una fitta ragnatela di condutture che in pochi anni ha raggiunto tutte le case.
Io non so se al tempo ci sia stata una querelle sul bello o sul brutto della sua forma. Di sicuro per decenni c’è stata totale convergenza sul suo tangibile valore, anche simbolico.
Simbolo di progresso, dell’inizio di un’epoca di relativo benessere per la popolazione, di nuove prospettive future e migliori speranze di vita, inizio di un periodo di forte e progressiva espansione del paese e della popolazione.
Popolazione che si è sempre riconosciuta e identificata in questo simbolo, che rappresenta anche la risposta a un bisogno primario attraverso la coesione e il contributo di ognuno. E l’orgoglio di appropriarsi fisicamente di questo posto, di farne una coordinata, “ci si trova all’acquedotto”.
Da sempre è luogo di aggregazione per giovani e vecchi, che approfittano delle panchine e dell’ombra offerta dalla sua sagoma e dai suoi tigli.
E allora, davvero è così inutile?. Sicuramente è venuta meno la funzione di servizio per cui è stato eretto, ma, come si vede, ancora attuale è la sua funzione simbolica, storico- identitaria, la sua vocazione aggregativa, che a mio avviso può e deve essere valorizzata e potenziata.
Proprio da queste colonne è stato lanciato l’appello all’amministrazione a proposito dell’attuale progetto “Löc del Sul”, proponendo un ripensamento del medesimo, di iniziare un percorso che passa attraverso il coinvolgimento della popolazione e il lancio di un bando aperto agli studi di progettazione per un concorso di idee sulla sistemazione del “Löc del Sul” mettendo in primo piano il carattere di utilità pubblica dell’operazione; dalle superfici edificate riservate ad uso pubblico, alla conformazione dell’edificio, alla conformazione e dimensione della piazza che ne risulta.
Ebbene, se la piazza deve essere pensata come luogo di aggregazione per eccellenza, credo che l’”acquedotto” debba essere riconosciuto come elemento indispensabile alla nuova piazza, arcigna sentinella dal cuore buono che a lungo ci ha dissetato, storicamente origine di una naturale forza di aggregazione.
Ci sono luoghi che spontaneamente assolvono al ruolo di punto d’incontro, pur non essendo stati pensati per questo. Ci arrivano magari attraverso meccanismi inconsciamente evocativi, in questo caso potrebbe proprio essere l’acqua a solleticare l’immaginario collettivo (immaginario fino a un certo punto, visto che lì fino a una ventina d’anni fa c’era ancora una fresca fontanella).Queste suggestioni potrebbero essere potenziate da un progetto che includa nella creazione della piazza la riqualificazione e restauro dell’”acquedotto”. Magari anche tramite una sorta di ritorno in attività, attraverso l’installazione al suo interno di uno di quegli impianti di distribuzione di acqua filtrata che prolificano ormai ovunque.
Si potrebbe legare questa rinnovata possibilità di servizio a una sua potenziale vocazione a simbolo monumentale, trasformarlo in una sorta di tempio dell’acqua.
La butto lì, è solo un’idea; poi chissà quante se ne possono trovare se si mettono in competizione esperti del settore.
E se, soprattutto, ci fosse la volontà di progettare un futuro che tenga legami col nostro passato migliore e i luoghi della sua memoria.
21 giugno 2010, ore 23:39
Ho letto con grande attenzione l’intervento di Roberto e non mi sono neppure accorto che fosse lungo. Mi è piuttosto sembrato vero, autentico, in grado di muovere emozioni sincere senza alcuna retorica, di farci ricordare chi siamo, da dove veniamo e di farci chiedere, con stupore misto a paura, dove stiamo andando. Raramente mi è capitato di intravedere in un intervento che apparentemente parla d’altro tanta “saggezza urbanistica”, tanta attenzioni ai segni e a ciò che rappresentano. Bravo Roberto, ci hai ricordato che di mestiere una piazza deve fare la piazza, non l’incrocio stradale, che ogni cittadino ha diritto ad una piazza, ad un parco, ad un giardino, che l’urbanistica si fa occupandosi degli spazi da tenere vuoti, non solo degli spazi da riempire, di cemento e di banalità. Questo è il paese che noi vogliamo.